Non siamo soli.

L’Umanità al tempo del coronavirus. L’articolo che mai avrei voluto scrivere.

Questo, probabilmente, è quell’articolo di Ospitalità che nessuno avrebbe mai voluto scrivere. Parlare di Umanità e Ospitalità al tempo del Coronavirus non è semplice. Forse non è nemmeno un articolo che parla di Ospitalità. Seguitemi, vediamo dove vado a finire.

Ormai da un mese il virus COVID-19 si è insinuato nella nostra quotidianità con una forza pari a quella di un attacco terroristico o di una guerra.
I numeri sono noti ai più, sia per via della misura governativa del giorno 11 marzo (leggi qui il testo completo del Dpcm) , sia per le continue ricerche da parte degli organismi sanitari nazionali (leggi qui il report dell’Istituto Superiore di Sanità).

Per molti di noi, che vivono nel mondo dell’Ospitalità, il Covid-19 è peggio della peste che flagellò l’Europa nei secoli passati.
Molte strutture ricettive hanno già chiuso i battenti e molte altre, nel futuro prossimo, dovranno affrontare una scelta che, nuovamente, creerà dei grandi disagi e scompigli.
Saranno in tanti, infatti, a perdere il posto di lavoro.
Parliamo di uno degli indotti più importanti sia a livello occupazionale che produttivo.

La soluzione, ad oggi, pare difficile da intravedere e, amiche e amici cari, non c’è una tecnica di revenue o di marketing che possa risollevare l’asticella della fiducia. Non ora.
L’unica arma a nostro sostegno è una sola: riorganizzazione.

Riorganizzare un intero comparto non è semplice. Sopratutto ora, colti in pieno dall’uragano Covid-19.
Per ripartire e riorganizzare, perciò, è necessario comprendere al meglio ciò che la pandemia ha appena scaturito fuori e dentro di noi.

l'umanità ai tempi del corona virus

 

Fuori di Noi.

Utilizzo l’immagine della persona mascherata nei panni di Guy Fawkes, uno dei congiurati che nel 1605 tentò di far saltare in aria la Camera dei Lord a Londra.
Utilizzata nel film “V per Vendetta” e dal famoso ed evanescente gruppo “Anonymous”, la maschera di Fawkes ci conduce in una realtà più o meno distopica.
Sono tanti i riferimenti in cui, in un periodo più o meno simile al nostro, un’epidemia di portata planetaria si sarebbe manifestata, portando scompiglio tra la popolazione umana.

L’epidemia, ormai pandemica, ha portato una nuova visione del nostro sistema, al di là dei morti, dei contagi e delle restrizioni.
Osservata in modo oggettivo l’epidemia ha creato più scompiglio per la nostra azione inefficace nei confronti del suo dilagare.
In primo luogo è emersa l’impreparazione strutturale del nostro sistema sanitario, pochi presidi e mancanza di un piano di prevenzione che salvaguardasse i cittadini, i medici e paramedici.
In secondo luogo, semplicemente perché passata in sordina, la nostra limitata conoscenza e/o applicazione dei sistemi di intelligenza artificiale.
Osservando, sempre in modo oggettivo, ciò che si sta facendo è raccogliere un’infinità di dati, che, una volta aggregati, possono dare vita ad un sistema coerente di risposte a casi simili a questo.
Bene, male?
Forse è presto per dare una risposta, probabilmente il giorno dopo la fine della pandemia sarà il nuovo giorno in cui tutto sarà diverso.
Dobbiamo perciò prepararci ed essere pronti a comprendere che il nuovo sistema è alle porte.

Dentro di Noi.

No, non eravamo pronti ad affrontare un momento del genere. Ma per capirci meglio, evitando di cadere in semplicismi e visioni apocalittiche a buon mercato, cito una frase di un Maestro:

Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.

Mt 24, 42-44

Come detto, anche questo messaggio è da cogliere nella sua essenza.
“Cercate di capire questo”, siamo così esortati.
Cerchiamo di capire che, in tutto questo tempo, sono poche le persone che abbiano lavorato interiormente, evitando di cadere in un gioco semplice quanto letale, quello di “scordarsi di sé“.
Molti parlano di ricordo di sé, di presenza, di vivere nell’attimo presente.
La fobia si è insinuata proprio lì, nelle nostre dipendenze psico fisiche, nel nostro modo di affrontare la vita quotidiana dove lo spazio per noi stessi è ridotto allo zero.
In una realtà vera non dovrebbe essere normale dire: io faccio meditazione, io faccio yoga, io lavoro su me stesso. In una realtà vera non è necessario dire cosa si fa, si fa e basta. Perché si vive l’essenza e in presenza.

Dopo tutto ciò, allora, impariamo a fare una cosa, solo una.
Essere presenti a noi stessi.
Non siamo solo un insieme di dati da lasciare a una macchina che, relegandoli in un algoritmo, renda la nostra moltitudine in una massa uniforme.

Se questo che hai letto ha smosso qualcosa dentro te, bene, non sei solo.
Non siamo soli.

Italia 2020 dc – 2773 auc – 6020 avl

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